Colpo di grazia all'Italia degli alibi

24.06.2014 20:32 di  Gabriele Chiocchio  Twitter:    vedi letture
Colpo di grazia all'Italia degli alibi
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La prima domanda che è stata posta a Cesare Prandelli a fine partita aveva come oggetto le decisioni dell'arbitro messicano Marco Rodriguez. Quei pochi secondi di una teoricamente banale intervista possono essere considerati la sintesi di 97 minuti di partita e, se vogliamo, di un intero calcio italiano di cui questa eliminazione è discendente diretta.

Sarebbe limitativo parlare solo della gara di Natal, in cui Prandelli ha schierato un undici e fatto sostituzioni inequivocabilmente voltate a conservare uno 0-0 che, salvo miracoli - di cui siamo comunque stati testimoni nella storia dei Mondiali di calcio - avrebbe solamente prolungato l'agonia di una squadra che ha cercato un'identità di gioco, unica via per rendere un gruppo di buoni giocatori (e già questo dovrebbe far riflettere, confrontando il livello di questa rosa con quello di spedizioni passate) con qualche campione una squadra competitiva a certi livelli, e l'ha buttata nel bidone dell'immondizia nascondendosi dietro il clima e le decisioni arbitrali. In una parola, cercando e trovando alibi. Un modo di fare tipicamente italiano, che ci si è ritorto contro esattamente come si è ritorto contro l'atteggiamento conservativo messo in campo quest'oggi, molto simile a quello delle squadre di club che poi rimediano inevitabilmente magre figure in campo internazionale, in cui squadre anche meno dotate tecnicamente ma abituate a vincere - e giocare per vincere - nei loro campionati affrontano a viso aperto le nostre formazioni.

E la cosa paradossale è che gli avversari del girone, tutto erano meno che squadre costruite per giocare per vincere le partite. L'Inghilterra non ha mostrato la minima organizzazione, mentre la Costa Rica e l'Uruguay, pur preparate tatticamente per farlo, poco hanno mostrato se non la capacità di ottimizzare gli sforzi difensivi per cercare di capitalizzarli alla prima occasione utile, esattamente come è capitato nelle due gare con l'Italia. Sarebbe bastato arrivare in Brasile con una preparazione atletica sufficiente - che al di là di proclami e investimenti anche economici, non si è minimamente vista - e con l'intenzione di fare ogni partita per creare occasioni e avere quindi idee chiare a livello offensivo, al di là della mera questione di un modulo giusto che comunque Prandelli non è riuscito a trovare.

Ma questo è un cambio di modi di fare che non si effettua in venti giorni di preparazione, che Prandelli ha provato a far suo nella prima parte della sua gestione e che ha perso sulla strada che ha portato in Brasile, stando forse fin troppo attento ad aspetti etici e comportamentali e apparendo più che confuso sulla squadra da mettere in campo. La squadra vista contro l'Inghilterra probabilmente non avrebbe alzato la Coppa al Maracanà, ma a priori non c'era motivo di cambiare un assetto che andava perfezionato ma che almeno rispecchiava un'identità di gioco. Di questo, però, ormai è inutile parlare.

E adesso? Difficile pensare a qualcosa da cui ripartire. Si può fare un, a dire il vero piccolo, elenco di uomini che, insieme ai veterani che rimarranno, possono rappresentare il futuro: Sirigu, Darmian, De Sciglio, Verratti, Immobile, oltre ad alcuni esclusi come ad esempio Destro e Florenzi. Poi? Ci sono troppe cose da cambiare, troppe idee da tirare fuori e mettere in pratica in poco tempo. È banale pensare che da questo disastro si possa trovare lo stimolo per rimettere tutto in discussione, come si era cominciato a fare quattro anni fa prima del lento ritorno al punto di partenza. Ma forse saremo più occupati a pensare al signor Marco Rodriguez.